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            Se deplorabile avvenimento è la morte di un uomo onesto che adempì  ai suoi doveri di cristiano e di padre di famiglia, pubblica jattura e lutto della patria è la perdita di chi operosamente promosse il bene e l’incremento della sua nazione, colle opere della mente, colle virtù cittadine e colla solerzia e integrità ne’ politici officii contribuendo a mitigare la malvagità di tempi tristissimi e a preparare tempi migliori.

E’ questo l’inizio del discorso funebre pronunziato da certo Emanuele Rocco, in occasione della morte di Filippo de Jorio, avvenuta il 29 dicembre 1859.

Uomo di tal tempra fu il cavaliere Filippo De Jorio, nato in Paterno (Principato Ulteriore) il 20 dicembre 1800, del cavaliere Giuseppe e di Maddalena Modestino. Dopo aver fatto i primi studi in patria, venne di tredici anni in Napoli col padre e fu allogato nel collegio degli Scolopii, detto di San Carlo a Morelle, dove si distinse principalmente negli studi filologici e matematici sotto il prestantissimo P. Vincenzo Maria D’Addiego che fu poi generale dell’ordine. Dopo cinque anni passava a studiare ragion civile e canonica con Domenico Spinosa e Loreto Apruzzese, maestri in quel tempo di bella fama e di fiorita scuola.

In questo mentre scoppiava la sventurata rivoluzione del 1820, soffocata fra noi dalle armi straniere. Giuseppe de Jorio il quale fu tra i primi che innalzarono il vessillo di libertà sulle vette nevose di Monteforte, venne perciò eletto capo del governo provvisorio, presidente di dicastero e poi della dieta di Principato Ulteriore, decretando in tal qualità una tessera d’onore a Salvati e a Morelli principali promotori della sollevazione, e di un forte scemamento sul gravoso prezzo del sale in sollievo delle irpine popolazioni.

Epperò, quando Morelli e Salvati scontavan col capo la generosa impresa e Napoli ritornava all’antico servaggio borbonico ed austriaco, il cav. Giuseppe de Jorio fu sostenuto nelle carceri di Avellino e di Napoli e per ben dieci anni era segno all’ira di Canosa, di Vecchioni e di Rulli.

  Ne’ il figliuolo Filippo andava esente da tali persecuzioni: vecchia costumanza di tirannia e’ involgere in quelle che chiamano colpe del padre e figliuoli e parenti ed amici. Perloché,  appena laureato in diritto nel 1822, dovette ridursi dalla metropoli nella terra natale, e per soprantendere alle faccende della famiglia, e per provvedere all’infelice esistenza del genitore, che ora appiattato nella propia casa, ora in qualche suo podere, cercò per parecchi anni sottrarsi al rigore di tempi malvagi.

Così s’educava Filippo alla scuola della sventura, ed al genio naturale che ogni uomo colto ha per la civile e politica libertà, s’aggiungeva a rendergliela più cara l’odio pei persecutori del padre. I quali spesso su di lui sfogavano quella rabbia a cui si sottraeva a stento il cav. Giuseppe: onde egli, in preda a continue agitazioni e timori, incominciò ben preso a soffrire nella sanità, e dovette quindi rinunziare, anche per questo motivo, alle speranze di una splendida fortuna che gli promettevano i suoi studi e le sue virtudi.

            Fuvvi un momento di sosta nel 1830, quando l’avvenimento al trono di un giovin principe, in tempi di fermento per tutta Europa, fece per un istante sperare sorti migliori. Allora si cercarono uomini di merito e si lusingavano i napoletani di aver un governo giusto e illuminato.

In questo spazio di tempo, che fu assai breve, Filippo de Jorio per ben tre volte sedè nel consiglio provinciale di Principato Ulteriore, tenne nel suo distretto le funzioni di sottintendere, venne nominato ispettore de’ reali scavi nel distretto di Santangelo dei Lombardi, professore di agricoltura e matematica e ispettore della pubblica istruzione.

Penosa infermità lo ridusse presso al sepolcro, e sol per divino prodigio ne fu salvo. Ma ecco sopravvenire la riscossa del 1848, che anche sventurata come l’altra, ha cagion al de Jorio di odii efferati e di danni per le sue libere aspirazioni. Prescelto come Aurelio Saliceti e con altri valentuomini alla complicazione delle novelle leggi di amministrazione civile, nello stesso tempo veniva eletto deputato della sua provincia con Imbriani, Mancini ecc. In questa camera elettiva fu bentosto nominato membro della commissione permanente di agricoltura e commercio con Cagnazzi, Dorotea ed altri.

Presentò un  progetto di legge sull’arresto personale, e due altri ne propose sulle giudicature circondariali e sulle istruzioni di beneficenza. Il suo voto fu sempre libero e indipendente, sedendo sempre alla sinistra in quel consesso. Né la sua sedia rimase mai vuota, anche ne’ giorni in cui temevansi subbugli popolari contro i rappresentanti della nazione: e a pruova del suo coraggio civile vuolsi ricordare come ei desse il suo voto per l’ordine del giorno proposto da Carlo Poerio contro le operazioni del general Nunziante nelle Calabrie.

Svanì pure quel tentativo di libero reggimento, schiacciato dai tradimenti e dalle bajonette del dispotismo, e Filippo de Jorio riducevasi a vita privata, invigilato in ogni sua menoma azione da una polizia sospettosa ed arbitraria, passando nell’oscurità gli ultimi dodici anni delle patrie sventure per isfuggire ai soprusi e alle sevizie. Egli non ebbe la ventura di vedere il trionfo della causa nazionale, a cui furon volti sempre ardentissimi i voti del suo cuore!

Solo nei suoi geniali studii e nell’amor della famiglia e di tutti gli infelici trovò qualche conforto alla sua vita travagliata da tante sciagure. E frutti bellissimi egli ci diede dei suoi studi in pregevolissime scritture da lui date alle stampe delle quali noi non tesseremo qui l’intero catalogo, il che fu già fatto da altri, ma ricorderemo sol le più notevoli con rapidissimo cenno, che lungo sarebbe il tutte annoverarle.

Fin dall’età di  18 anni egli prese parte alla biografia degli uomini illustri del Regno, pubblicata dal Gervasi, scrivendo con plauso ben trenta vite di letterati regnicoli. Fu quindi accolto nell'’Arcadia di Roma a proposta di Gabriele Rossetti; dal che trasse nuovo eccitamento a pubblicar per le stampe la sua versione di Anacreonte, corredata di eruditissime annotazioni, che encomiata dai dotti fu ben presto prescelta a far parte della “Biblioteca poetica scelta” dei fratelli Foschini, dove nel vol. IX trovasi accanto al Pindaro del Mezzanotte.

Pubblicò indi a poco altra versione del “Delizie tarantine”, poemetto di Tommaso Nicolò D’Aquino, valente poeta del cinquecento, e fu pure lodata da egregi critici. Diede poi alla luce una memoria fisico-economica sul circondario di Paterno, l’elogio di Marciano de Leo, e una tragedia intitolata “Meleagro”; i quali lavori tutti gli meritarono di appartenere a molte cospicue accademie, fra cui  ricorderemo la Pontaniana e il napoletano Istituto d’Incoraggiamento.

Ma l’opera che gli procacciò maggior fama fu il “Trattato delle coltivazioni dei cereali” per la quale s’ebbe il plauso del S.P. Gregorio XVI, e la nomina di socio all’Accademia Gioenia, da quella de’ Giorgofili, di Arezzo, alla Tiberina, a quella delle Scienze di Napoli, di Palermo, di Lucca, di Parma ecc. Continuò poi a dare in luce svariati componimenti, la più parte de’ quali, inseriti nelle napoletane effemeridi, riguardano vite di uomini illustri, materie letterarie e principalmente storiche e archeologiche, materie morali, argomenti agrarii; né è da tacere delle sue poesie, fra le quali ve ne sono alcune molto pregevoli.

Negli ultimi anni di sua vita oltre da una seconda edizione dell’Anacreonte, ei compose la tragedia “Cajo Gracco”, un’ampia Memoria sulla malattia dei gelsi, una monografia del circondario di Paterno per “ Regno illustrato” del Cirelli, una vita di S. Rocco, e moltissimi componimenti nei giornali e nelle strenne. Venne quindi ascritto all’Accademia Ercolanese e a molte altre accademie della Penisola, nominato Patrizio di san Martino, e fregiato della croce di S. Lodovico pel merito civile del duca di Parma e, nel 1847, del titolo di Conte Palatino di S.S.Pio IX

Questa vita operosa si spense il 29 dicembre 1859, e la sua morte fu per la patria pubblica sventura ed invero ei fu di morale purissima, affabile e benevolo con tutti, rassegnato e sereno in sostenere i mali fisici che per trenta anni l’afflissero, affettuoso coi congiunti, amorosissimo dei poverelli, che in gran numero accorsero anche dai vicini paesi per accompagnare coi numerosi suoi amici la spoglia mortale di lui all’ultima dimora.

La Repubblica di San Marino volle ricordarlo ai posteri con una lapide, fatta scoprire il 3 aprile 1860, il cui contenuto si riporta integralmente qui di seguito.

 

 

ALLA VENERANDA MEMORIA

DI

FILIPPO DE JORIO

 

NATO DI CIVILE PROGENIE

A PATERNO PRINCIPATO ULTERIORE

PADRE DI FAMIGLIA AMOROSISSIMO

SPECCHIO DI CITTADINE VIRTU’

LARGO SOVVENITORE A POVERI

SENZA OSTENTAZIONE RELIGIOSO

ESIMIO CONOSCITORE DELL’ELEGANZE GRECHE LATINE

ITALIANE

FILOSOFO GIURISTA ECONOMO AGRICOLA

AUTORE DI MOLTE LODATISSIME OPERE

ANNOVERATO NELLE PRINCIPALI ACCADEMIE

ONORATO ED AMATO DA SOMMI LITTERARI D’ITALIA

DECORATO DI PIU’ ORDINI CAVALLERESCHI

DA PONTEFICI E DA RE

RICHIESTO A PIU’ EMINENTI UFFICI DI GOVERNO

BENEMERITO

PER PROPOSTE DI LEGGI SAPIENTE E BENEFICO

IMPERTURBABILE NEI CONTENUTI TRAVAGLI DELL’INFERMA

SALUTE

ONDE ANZI TEMPO CONDOTTO AL TERMINE DELLA VITA

PIAMENTE S’ADDORMI’ NEL SIGNORE

IL XXIX DICEMBRE MDCCCLIX ETA’ D’ANNI LIX

LASCIANDO IN CRUCCIO INCONSOLABILE

LA DESOLATA FAMIGLIA

E QUANTI IL CONOBBERO

FRA QUALI

MARCO TASSINI SAMMARINESE

VOLLE PERPETUATI IN QUESTA PAGINA

L’OSSEQUIO E L’AFFETTO

VERSO L’ILLUSTRE ESTINTO

 

SAN MARINO,  30 APRILE 1860

 
 

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